Le Ragazze di Rub’ al Khali

Le Ragazze di Rub’ al Khali: Un anno in una città remota saudita è un ricordo sull’insegnamento dell’inglese nel Regno dell’Arabia Saudita a un gruppo di giovani donne vivaci in un paese dove vivono tutta la loro vita sotto chiave.  È una storia vera sullo shock culturale, sullo scontro culturale e sulla comune umanità. Il libro in qualche modo è la storia di un insegnante sudafricano di nome Shahina, che è separato ma non divorziato da un altro insegnante a Najran, Mambhi. Man mano che il loro matrimonio si deteriora pubblicamente, le diverse attitudini e abitudini dei colleghi e della direzione aziendale evidenziano le realtà della vita in un mondo rigidamente separato dal genere. Quando arriva la loro figlia di cinque anni, Shambhi, le cose si fanno ancora più complicate e il libro culmina nell’incubo di ogni genitore disputato in una stazione di polizia locale.

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Le Ragazze di Rub’ al Khali è stato tradotto in inglese da Marina Morpurgo e pubblicato da Astoria Edizioni nel 2016

Ragazze di rub al-khali

Media

I media italiani erano molto entusiasti di Le Ragazze di Rub’al Khali!

Recensione su Elle italiana di Natalia Aspesi

Ogni tanto noi occidentali non musulmani ne discutiamo. Il velo è una costrizione per le donne che vivono in Paesi islamici e vorremmo liberarle, è una scelta libera per quelle che vivono nelle nostre città e non ci rinunciano?

Katherine Dolan, non ancora quarantenne, di origine neozelandese (adesso vive a Torino) è poetessa e scrittrice, ma soprattutto insegna inglese all’estero: lo ha fatto a Timor Est, nel Kurdistan, nel Kuwait e in Arabia Saudita. E questa sua ultima illuminante esperienza autobiografica la racconta in Le ragazze di Rub’Al-Khali (Asotria/Assaggi).

Ancora prima di scendere dall’aereo per l’Arabia Saudita, Katherine decide che non si opporrà mai ai costumi del posto. In quella nazione, la religione ufficiale è l’islam sunnnita nella versione del Wahabismo, mentre una minoranza è sciita. Un terzo della popolazione è composto da immigrati musulmani ma anche indù e cattolici, che non possono avere luoghi di culto, Bibbia o un crocefisso. Tutti sono sottoposti al controllo della polizia religiosa, severissima soprattutto con le donne.

Katherine si adatta subito ai costumi locali, si nasconde nell’abaya, non si sogna di guidare l’auto, nel supermercato si fa accompagnare dal marito: non esistono i taxi, però si può chiedere, pagando, di avere un passaggio, purché non ci si sieda davanti. Impossibile camminare da sola, perché si è considerate prostitute e insultate o aggredite dagli uomini che proprio per l’impossibilità di contatti con le donne se non quelle di famiglia, sono ossessionati dal sesso.

Da subito Katherine capisce che adattarsi sarà più difficile del previsto, per nei “ristoranti per famiglie”, per il caldo soffocante sotto l’abitone e il foulard.

La parte più interessante riguarda la scuola, sorvegliata dalla polizia: le sue colleghe, tra una lezione e l’altra, leggono il Corano e nella vita sopportano mariti orrendi. Le allieve sedicenni non mostrano né braccia né gambe, magari hanno sopra una maglietta con disegni occidentali, fanno uso del computer, amano storie d’amore, sono profondamente religiose, non sognano la libertà, non possono mai uscire senza la mamma.

L’incongruenza di queste vite è che le donne saudite hanno accesso all’istruzione e al lavoro, purché non esistano.

Intervista con marieclaire